Elenco sintetico
(in ordine cronologico)
(in ordine cronologico)
La condizione urbana. Storia dell’Unione Inquilini, Milano,
Feltrinelli, 1974, pp. 140.
Recensioni: Giuliano della Pergola, CritS,
1974.
Psicologia e adolescenza (Come prendere i ragazzi per il
verso giusto),
Milano, Autori Nuovi, 1983, pp. 104.
Recensioni: Mariella Malaspina, Lett, 405
(1984) pp. 285 s.; Gabriella Cattaneo, Idea, 4-5 (1985) p. 96.
Gli umili ne “I promessi sposi”, Napoli, Studi e Ricerche
francescane, 1984, pp. 126.
Recensioni e segnalazioni: Giuseppe Santarelli, IF, 1
(1985) pp. 123-125; Franco Buzzi, Idea, 4-5 (1985) p. 55; Giorgio d’Aquino, Con il “Gran Lombardo” dalla parte degli
umili, Avv, 7 luglio (1985) p. 12; P. M. B. [Martino Bertagna], SF, 1-2
(1985) pp. 273 s.; Mariella Malaspina, Lett, 420 (1985) pp. 766 s.; E. L. [Elena
Landoni], Testo, 10 (1985) p. 137; Lucia Miele, EspL, 1 (1986) p. 141; E. P. [Ernesto
Paccagnini], Peste e d’intorni, RLibr,
2 (1986) p. 68; Giuliano Vigini, Anno del
Manzoni: un bilancio editoriale, CivAmbr, marzo-aprile (1986) p. 133.
Sollecitudine e delirio nella peste
manzoniana, Napoli, Studi e Ricerche Francescane, 1985, pp. 257.
Recensioni e segnalazioni: Lucia Miele, EspL, 1 (1986) p. 141; Mariella
Malaspina, La peste manzoniana, Lett,
424 (1986) pp. 176 s.; E. P. [Ernesto Paccagnini], Peste e d’intorni, RLibr, 2 (1986) p. 68; Vittorio Dornetti, SFSL,
12 (1987) pp. 148 s.; Eugenio Bronzetti,
IF, 4 (1989) p. 459.Le donne nella vita di Leopardi e la sua teoria dell’amore, Milano, Autori Nuovi, 1985, pp. 182.
Recensioni e segnalazioni: Lucia Miele, EspL, 2-3 (1985)
p. 214; G. Gattini, Leopardiana, Testo,
1 (1987) p. 76.
La parola e il silenzio. Peste carestia ed eros nel romanzo
manzoniano, Pisa,
Giardini, 1987, pp. 282.
Recensioni e segnalazioni: Eros & carestia in Manzoni, Gior, 5 luglio (1987) p. IV;
Roberto Marchi, Quattro capitoli sui
“promessi” per la Seregno
“manzoniana”, CorrMB, 30 giugno (1987) p. 19; Tesinth, Peste, carestia ed eros nel romanzo manzoniano, SerOg, 19 maggio
(1987) p. 8; Giuseppe Santarelli, IF, 4-5 (1987) pp. 563-565; Mario Masini, Servizio e sfruttamento secondo il recente
saggio di Francesco di Ciaccia, PdC, 15-16 (1987) pp. 284 s.; Res [Rosario
Esposito], Vp, 2 (1988) p. 133; Domenico Tuccillo, EspL, 3 (1987) p. 138; Redazionale,
Un libro per voi, Ros, 8-10 (1987) p.
23; Redazionale, Cam, 8 (1987) p. 48; Redazionale, LRd’I, 451-454 (1987) pp.
354 s.; Redazionale, Due saggi sul
Manzoni, TurS, 13 ott. (1988) p. 7; Fernando Saisano, “Le parole e il silenzio”. Interpretazioni manzoniane, OssR, 5
febbraio (1988) p. 3; Mariella Malaspina, La
parola e il silenzio, Lett, 444 (1988) pp. 182 s.; Paolo Di Sacco, StudiC, sett. (1988) p. 637; Luciano
Bottoni, LettIt, 3 (1988) pp. 450-457; Redazionale, PLN, aprile (1989) p. 10; Redazionale,
SRF, 1-4 (1989) pp. 264 s.; Angelo Colombo, O/N, 2 (1989) pp. 269 s.; Attilio
Agnoletto, Rlibr, 2 (1993) p. 68.
Umiltà e francescanità nei “Promessi Sposi”, Pisa, Giardini , 1987, pp. 266.
Recensioni e segnalazioni: Res [Rosario Esposito], Vp, 2
(1987) p. 113; Pompeo Giannantonio, Gli
umili, protagonisti dei “Promessi Sposi” nello spirito francescano del Manzoni,
OssR, 27 febbraio (1988) p. 3; Mariella Malaspina, Lett, 448 (1988) pp. 578 s.;
Eugenio Bronzetti, IF 3-4 (1988) pp. 346 s.; G. B. [Giuseppe Bertagna], NS, 15
settembre (1988) p. 110; Mario Masini, Inesauribili
risorse dell’opera d’arte e suggestioni del vero vestito a nuovo. Il valore
degli “umili” nel romanzo manzoniano, PdC, 13 (1988) pp. 804-807; Luciano
Bottoni, LettIt, 3 (1988) pp. 450-457; Redazionale, PLN, aprile (1989) pp. 2
s.; Angelo Colombo, O/N, 2 (1989) pp. 269 s.
Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul
“Misticismo vero e falso delle donne”, Milano, XENIA, 1988, pp. 222.
Recensioni e segnalazioni: Angelo Lattuada, Viaggio nel mondo del paranormale, Trib,
11 giugno (1988) p. 5; Pompeo Giannantonio, Tradotta
un’opera “minore” di Federico Borromeo. Misticismo vero e misticismo falso,
OssR, 30 settembre (1988) p. 3; Mario Masini, L’interesse pastorale di Federico Borromeo per le esperienze mistiche,
PdC, 13 (1988) pp. 807-810; Res [Rosario Esposito], Vp, 11 (1988) p. 148; Danilo
Zardin, Tambr, 6 (1988) p. 78; Danilo Zardin, RSChIt, 2 (1988) p. 614; Mario
Masini, IF, 6 (1988) p. 632; Mariella Malaspina, Lett, 451 (1988) p. 883; G. B.
[Giuseppe Bertagna], NS, 15 ottobre (1988) p. 110; Redazionale, Fiuto da santi. Ad ogni peccatore spetta un
odore, 24Ore, 19 giugno (1988) p. 21; Redazionale, Cam, 7 (1988) p. 56; Redazionale,
IF, 3-4 (1988) p. 310; Redazionale, Ros, 7-8 (1988) p. 28; Redazionale, Il paranormale in un grande libro del
Seicento, TurS, 1 (1988) p. 4; Redazionale, PLN, aprile (1989) pp. 11 s.; Redazionale,
SRF, 1-4 (1989) p. 264; Luigi Moraldi, J, 6 (1989) p. 94; Attilio Agnoletto, Federico Borromeo e il misticismo “vero e
falso”, CdTicino, 18 novembre (1989) p. 52; Elio D’Aurora, RLass, 3 (1989)
pp. 89 s.; Attilio Agnoletto, Rlibr, 7-8 (1991) p. 237; Pier Giorgio Longo, RSLetR,
382; Giuseppe A. Brunelli, SF, 1-2 (1992) p. 152.
Attrazioni e illusioni francescane in Gabriele D’Annunzio, Roma, L’Italia Francescana,
1989, pp. 106.
Recensioni e segnalazioni: Mario Masini, Francescanità del D’Annunzio, PdC, anno
68, n, 14, 1 Ottobre 1989, pagine 1187-1191; Mess., 14 luglio 1989, n.
12, p. 67; Res [Rosario Esposito], Vp, N.
8-9, 1989, p. 150; Ottaviano Giovannetti, SF, 1-2 (1990) pp. 179-182.
D’Annunzio e le donne al Vittoriale. Corrispondenza inedita
con l’infermiera privata Giuditta Franzoni, presentazione di Pietro Gibellini,
Milano, ASEFI Terziaria, 1996, pp. 222 + XXVIII.
Recensioni: Pietro Gibellini, Una lettura avvincente, Ros, 3 (1997) p.
12; Max Bruschi, Gabriele d’Annunzio.
Monachino di ferro tra sandali, pantofole e gonnelle, 24Ore, 23 marzo
(1997) p. 23; Paolo Di Vincenzo, Nel
libro di Di Ciaccia la corrispondenza inedita con la Franzoni. Giuditta,
l’ultima donna. Il Vate si spense tra le braccia della sua infermiera, Cen,
5 aprile 1997, p. 1; Mario Bernardi Guardi, Gabriele
D’Annunzio e le donne del Vittoriale in un libro di Francesco di Ciaccia. La
confidente del Vate. Prossimo alla morte, il poeta trovò nella sua infermiera
una consolazione affettuosa, SdIt, 10 aprile (1997) p. 17; Luca Orsenigo, Sulle trecce di Gabriele d’Annunzio,
personaggio e attore attraverso la sua “collezione” di donne e donnine, Gazzet,
27 aprile (1997) p. 17; Guido Vigna, Carteggi
/ L’ultimo D’Annunzio, CorSera, 8 giugno (1997) p. 35; Redazionale, Pubblicato un inedito carteggio tra Gabriele
D’Annunzio e Giuditta Franzoni, infermiera-maitresse. “Postina” delle notti d’amore
del Vate. Il poeta: “Avvisa Luisa e Donella che tra mezz’ora salirò, anche
mezzo morto, Pad, 11 luglio (1997) p. 21; Redazionale, D’Annunzio, non fu morte eroica, CorSera, 12 agosto (1997) p. 27; Antonello
Satta Centanin, Poes, ottobre (1997) p. 36; Redazionale, Avv, 21 ottobre (1997)
p. 21; Redazionale, TuttoS, 379, febbraio (1998) p. 52; Silla di Ciaccia, D’Annunzio e le Donne, Abruzzo, 9-10
(1998) p. 3; (Giovanni Saverioni), D’Annunzio
e le donne al Vittoriale, Ten, 8 (1999) p. 7.
Chiara d’Assisi, una donna che non voleva morire, Senago, La pulce – edizioni di
passione, 2003, pp. 20.
Francesco d’Assisi. Letizia di feste e canzoni, Milano, Rosetum,
2004, pp. 20.
Francesco e Domenico secondo Caterina da Siena, Milano, Rosetum, 2004, pp. 16 + p. 1 di illustrazione f.t.
Racconti storici di un’altra storia. Fioretti
cappuccini, Milano, Rosetum, 2004, pp. 62 + pp. 9
di illustrazioni f.t.
I personaggi cappuccini ne “I promessi sposi”.
Racconti letterari, Milano, Rosetum, 2004, pp. 73 +
pp. 3 di illustrazioni f.t.
I quadri donati da Gabriele d’Annunzio ai frati
minori cappuccini, Milano, Rosetum, 2004, pp. 16 +
pp. 8 di illustrazioni f.t.
D’Annunzio e la xilografia lauretana di Guido
Marussig, Milano, Rosetum, 2004, pp. 36 + pp. 12
di illustrazioni f.t.
Il Cantico di Giovanni Scarale per il “frate del
Gargano”, Milano, Rosetum, 2004, pp. 28.
Pio da Pietralcina. Un ricordo, Milano, Rosetum, 2004, pp. 16.
Dante e san Francesco, Milano, Rosetum, 2004, pp. 66.
Il Cantico di “frate Sole” di Francesco d’Assisi, Milano, Rosetum, 2004, pp. 52.
La «storia» di Jacopa e Francesco d’Assisi, Milano, Rosetum, 2004, pp. 32.
La pace «pubblica» secondo Francesco d’Assisi, Milano, Rosetum, 2004, pp. 44.
«Ritratti» di Francesco d’Assisi, l’uomo e il
serafico, Milano, Rosetum, 2004, pp. 48 + pp. 24
di illustrazioni f.t.
Davide Albertario, due lettere inedite per un
libello al cianuro, Senago, La pulce – edizioni di passione, 2004, pp. 16.
Dizionario operativo per il criminologo. Con un’analisi
etimologica e glottologica, Padova, CEDAM, 2005, pp. 177-259
(coautore Gianvittorio Pisapia).
Biblioteca e dipinti dannunziani di Gabriele d’Annunzio,
con una lettera inedita del pittore Baccarini, Milano, Decembrio, 2005, pp. 48.
La poesia è ascoltare il cuore. Introduzioni liriche, Milano,
Decembrio, 2005, pp. 94.
Gabriele e Francesco. Orbi veggenti, Milano,
Decembrio, 2005, pp.144.
Recensioni e segnalazioni: Marinella Galletti, in http://marinella.galletti.literary.it/dati/literary/bianchi_roberto/gabriele_e_francesco.html
(al 12/12/2009).
Elenco analitico
(in ordine cronologico)
(in ordine cronologico)
Francesco Di Ciaccia, La condizione urbana. Storia dell’Unione Inquilini, Milano, Feltrinelli, 1974, pp. 140.
Recensioni e segnalazioni
Francesco di Ciaccia, Psicologia e adolescenza (Come prendere i ragazzi per il verso giusto), Milano, Autori Nuovi, 1983, pp. 104.
Recensioni e segnalazioni
Mariella Malaspina, «Letture», anno 39°, quaderno 405, marzo 1984,
pagine 284-285.
Inserito
nella collana saggistica di una recente casa editrice, questo piccolo volume
non appartiene però alla bibliografia specializzata: non offre alcuna interpretazione
nuova né si presenta come un’indagine accademica. Contiene semplicemente, come
è indicato nella prefazione dell’autore, «veloci riflessioni» sulla base di
alcuni dati relativi a «elementi fondamentali» del tema in questione. Tuttavia
l’esposizione divulgativa, suffragata dai più qualificati e insieme equilibrati
teorici contemporanei, rende il libro adatto anche agli studiosi della materia;
inoltre, operando una selezione dei dati oggettivi, evidenzia una linea
pedagogica chiaramente ispirata alle più assodate teorie critiche. Il quadro
che ne risulta, preciso e coerente, si configura come proposta pedagogica molto
concreta e serena, capace di comporre le contrastanti spinte adolescenziali
mediante una presenza educatrice aliena dal compiacimento e
dall’autosoddisfacimento, ma sempre attenta al valore insito in quella specie
di sofferenza che accompagna sempre l’uomo in evoluzione.
Proveniente
da studi filosofici, l’autore non ha mancato di puntualizzare, in panoramiche
più complete ma sempre chiare e accessibili (come giustamente viene
sottolineato nel postface dell’editore), aspetti di psicologia razionale
circa problemi quali la fantasia, l’intelligenza, la personalità. Da essi è
facilmente desumibile l’idea di fondo che la fenomenologia, accertabile,
dell’evoluzione piscologica non contrasta con il fondamento di una
«sostanzialità» umana: l’uomo non è un’essenza razionale statica, ma dinamica e
perfettibile, la cui vita si evolve in tante fasi. Il ciò che è, dunque,
l’uomo lo attua con il tempo e nelle circostanze, sia esterne che interne, del
suo reale sviluppo: e questo l’autore lo documenta con accurate ricerche.
Ma se
l’opera non ignora problematiche filosofiche e attinge ai dati della
sperimentazione condotta dagli specialisti, trova però la sua ispirazione
compiuta nel riferimento all’uomo concreto del quale essa ragiona. Non per
nulla l’autore sente il «dovere» di esprimere, nella prefazione, il
riconoscimento, umile e lieto, ai propri discepoli che lo hanno aiutato, con la
loro vissuta conflittualità, a comprendere la ricchezza – sempre laboriosa
anche se non appariscente –
della debolezza adolescenziale. Le loro confidenze, forse timide ma
intensamente partecipate, sembra abbiano accompagnato l’autore nel suo trepido
lavoro di stesura. Di tali confidenze egli offre al lettore alcuni saggi in
appendice: in essi si avverte, viva e appena sperimentata, la tensione fra
presente e futuro, la delusione dell’offerta in rapporto alla promessa della
vita; si può vedere il giovane aprirsi a un mondo ignoto che egli vuole, ma
insieme rifugge, diffidente, come una terra d’altri; è possibile constatare il
generoso sforzo dell’adolescente per vincere il proprio egoismo di autodifesa
quando gli viene concessa piena e sincera la fiducia, quando al dono di sé che
egli fa per sperare contro le sue stesse frustrazioni ("io posso
ricominciare...", p. 99) corrisponde il dono di sé che fanno per primi
genitori, insegnanti, sacerdoti. In definitiva possiamo dire che tutto il libro
porta a valutare con sincero realismo il grado di influsso educativo esercitato
sugli adulti da parte dei giovani in evoluzione, aspetto integrante e per nulla
secondario dell’auspicato influsso degli educatori sui giovani. [Mariella
Malaspina]
Gabriella Cattaneo, «Idea», Anno XLI, 1985, n. 4-5, pagina 96.
Il
volumetto, dichiaratamente divulgativo, offre i principali ragguagli sulla
psicologia e sulla pedagogia dell’età adolescenziale, nella sua «storia» e nei
suoi fattori di sviluppo. Esso puntualizza, però, anche alcuni concetti che
richiamano la filosofia, soprattutto sull’«intelligenza» e sulla «personalità»;
fondamentalmente, con molta chiarezza, percorre i diversi aspetti delle
«funzioni» adolescenziali, compreso quello morale e religiosi, ed offre alcune
indicazioni suggerite dall’esperienza. Il dato emergente del lavoro dello
scrittore è la partecipazione alla vita degli adolescenti, dei quali segnaliamo
alcune interessanti «testimonianze» dirette, collocate in appendice. Gabriella
Cattaneo
Francesco di Ciaccia, Gli umili ne “I promessi sposi”, Napoli, Studi e Ricerche francescane, 1984, pp. 126.
Giorgio d’Aquino, Con il “Gran
lombardo” dalla parte dei personaggi più umili, «L’Avvenire», 7 luglio
1985, pagina 12.
Tra la ricca produzione critica
dedicata in questi ultimi tempi all’opera letteraria di Alessandro Manzoni, ci
pare degno di nota il saggio di Francesco di Ciaccia “Gli umili ne ‘I promessi
sposi’ ” (Studi e ricerche francescane, Napoli 1984, pagine 126), nel quale
l’autore ha voluto dare, col suo contributo, una più ampia ed approfondita
visione del mondo dei personaggi manzoniani cosiddetti “minori”, con
particolare riguardo alle figure dei frati cappuccini, rivisitate tenendo
presente la vita eventuale dell’Ordine così com’era a quei tempi
(un’approfondita ricerca d’archivio ha infatti permesso all’autore di
rivalutare alcuni personaggi superficialmente studiati dalla critica).
La parte centrale del saggio
trova il proprio fondamento nella tematica più generale degli “umili”,
all’interno della quale Francesco di Ciaccia è guidato dalla convinzione che
per Manzoni l’umiltà sia una virtù che rivela il personaggio, non che lo
nasconde. Prendendo in esame varie opinioni critiche riguardanti il tema,
l’autore riesce, attraverso un’acuta riflessione personale, a mettere in luce
uno dei cardini della morale manzoniana: “La santità non si mette in fila per
la parata”. Per il Manzoni lo “scandalo della Croce” costituisce l’esempio più
vero della vita del cristiano; ecco dunque indicata la via per capire in
profondità il ruolo di Lucia, “madonnina infilzata” secondo il giudizio di
Perpetua, in realtà simbolo di umiltà che poggia su una certezza: nella lotta
fra verità e ingiustizia, l’ingiustizia risulta” sempre perdente, se non in
questa, certo nella vita futura. Il male dunque deve essere combattuto, ma
insieme compianto.
Questo saggio, ricco di annotazioni
bibliografiche, ci conduce alla riscoperta del messaggio ideale de “I promessi
sposi”, mettendoci al coperto dall’incapacità di comprendere e apprezzare tale
valore dimostrato (sic: per “dimostrata”) dalla critica di stampo
materialistico, verso la quale non sono risparmiate pungenti annotazioni,
formulate sulla base di un attento e scrupoloso studio del testo manzoniano.[Giorgio d'Aquino]
Mariella Malaspina, Gli umili ne “I Promessi Sposi”, «Letture», anno 40°, quaderno 420,
ottobre 1985, pagine 766-767.
Il breve ma densissimo saggio
esanima le figure minori dei frati del romanzo manzoniano, sui quali la critica
è stata, non senza motivo, povera espositivamente se non proprio, con
emblematicità facilmente comprensibile, angusta interpretativamente. In genere,
non si è saputo vedere l’immagine degli «umili» manzoniani come segno, e non
come significato: cioè come rappresentazione, in simbolo narrativo ed
estetico, di un valore evangelico, e non soltanto come sceneggiatura a sé
stante del pur rivalutato mondo umano di subalternanza. Intuizioni sul valore
degli «umili» manzoniani si conoscevano già in alcuni critici, fra i quali è
doveroso menzionare gli specialisti Umberto Colombo, Mario Pomilio, Giancarlo
Vigorelli, Angelo Marchese, tra i più recenti. L’angolatura del Di Ciaccia si
presenta tuttavia nuova, perché trascende la stessa minorità e mostra
come essa sia non negli o degli umili, ma esclusivamente della umiltà; è
semplicemente ciò per cui l’uomo si eleva, in quanto «condizione cristica d’esistere
e disposizione dell’annunciazione». Da qui le articolate considerazioni
analitiche dell’autore, su basi testuali, circa la sapienza e la carità
degli umili manzoniani. Le novità di interpretazione, o quanto meno di
angolazione, passano attraverso il sarto del villaggio, il Cardinal Federigo,
Lucia e Renzo, con un incalzare di riflessioni in ogni caso aderenti al testo,
vivisezionato stilisticamente, strutturalisticamente, psicologicamente, così
che apparirebbe quasi spiacevole ogni disquisizione accademica.
La prima parte del saggio è tutta
occupata da questa introduzione metodologica, esemplificata in molteplici
episodi: alla fine essa non dà comunque l’impressione di essere superflua,
occasionale, propedeutica (benché impostata non eruditamente, ma ingenuamente)
e posta come premessa alla seconda parte, soprattutto per dimostrare la tesi
che il senso dell’umiltà, di cui i personaggi sono segno, sta nel suo essere
nascosta, celata tra le minuscole pieghe del racconto; non la si può dire
esaltandola; si può solo proporla, sommessamente insinuandola. Questo criterio
è applicato, nella seconda parte, alla «intuizione manzoniana del mondo
cappuccino», studiato non in generale ma nei singoli personaggi minori.
Il critico conforta le sue affermazioni con abbondanza di documenti letterari e
legislativi della scuola cappuccina secentesca, tra i quali compaiono fonti
coeve finora non utilizzate da nessun studioso. Tra i manoscritti riservati
dell’Ordine, il Di Ciaccia, pur ignaro, come egli dichiara, di questo settore
specifico, ha scoperto consonanze storiche con i cappuccini de I Promessi
Sposi. Con prospettazione storicamente ampia, capovolge molte posizioni dei
commentatori, coinvolgendo nella disamina, in qualche caso, Momigliano, Russo,
Paolo Giudici. Passa quindi in rassegna le mosse, le parole, i silenzi dei
personaggi studiati: rivela, ad esempio, la forte obbedienza e carità di Fazio,
il sagrestano, che erroneamente si ritiene pensato dal Manzoni come
superstizioso e scemo (pp. 76 ss.), o dimostra come la tabulazione di Galdino
abbia una manzoniana referenza all’«omogeneità – per dirla con Ezio Raimondi –
del tempo di Dio», che non abbandona mai i suoi figli, di contro
all’«eterogeneità», e quindi alla discontinuità e problematicità, del tempo
della storia (p. 73).
Particolarmente acuta risulta poi l’analisi circa il conflitto
ulteriore del padre provinciale, basata su operazioni di critica testuale e
comparativa delle successive edizioni del romanzo – come avviene del resto
anche per altri episodi – sulla psicologia del senso di colpa e della
«coscienza cattiva» : tutto ciò permette all’autore di concludere che non già
la «diplomazia» in quanto tale fece condannare il prelato cappuccino da parte
del romanziere, ma – pur entro il quadro dell’antipatia manzoniana verso la
politica – fu il «compiacimento» del personaggio medesimo per la piega,
egoisticamente vantaggiosa, assunta dalla controversia con il potere (p. 120).
Numerose sono le pagine sul guardiano di Pescarenico e sulle ragioni della sua
riprensione; sul guardiano di Monza, sui meccanismi dell’«amicizia», sulla
fenomenologia dell’ingenuità, travestita dai critici precedenti; sui rapporti
tra la famiglia nobile dell’ucciso e il guardiano del convento in cui si
rifugiò Ludovico, ecc. La complessiva efficacia del libro è conseguita grazie a
un’armonica unità tra prospettazione ermeneutica e verifica critica, tra
l’articolazione delle disquisizioni e le osservazioni intuitive, tra
ambientazione storico-oggettiva e scandaglio letterario, che penetrano fino
alle radici dell’universo manzoniano.[Mariella Malaspina]
Franco Buzzi, «Idea», Anno XLI,
1985, n. 4-5, pagina 55.
L'introduzione, che dà il titolo
a tutto il saggio, focalizza alcuni personaggi ed episodi, studiati
analiticamente, che spiegano il senso della «minorità»: che si definisce, non
sociologicamente ma evangelicamente, nella «fraternità», umile e generosamente
obbediente ai fratelli. Alcuni punti della sezione prospettica riescono ad
approfondire intuizioni più o meno veloci, in genere, lanciate dalla critica, e
riequilibrano giudizi spesso distratti. La sezione peculiare, sui personaggi
«minori» cappuccini (pp. 56-126), si avvale di riscontri storici, archivistici
e letterari. Le interpretazioni dello studioso capovolgono in diversi casi quelle
della critica corrente e si attengono al testo manzoniano con un’attenzione
valida anche come metodologia critica; esse tendono, sempre, a scavare nella
prospettiva dell’autore, psicologicamente e storicamente, così da presentare
una lettura sollecitante ed originale, e sempre solida, non solo dei personaggi
in oggetto, ma anche dell’universo mentale del Manzoni. Franco Buzzi
Ermanno
Paccagnini, La peste e dintorni. Rassegna
bibliografica, «Il Ragguaglio librario», Nuova Serie, Anno 53, febbraio
1986, n. 4, pagina 58, recensione comulativa di Francesco di Ciaccia, Gli umili ne “I promessi sposi”, Napoli, Studi e
Ricerche francescane 1984, e di
Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana, Napoli, Studi e Ricerche
Francescane, 1985.
Dopo le verriane Osservazioni
sulla tortura edite da Serra e Riva a cura di Gennaro Barbarisi e le
numerose riproposte della manzoniana Storia della colonna infame, la
peste milanese del 1630 ritorna al centro di contributi che affrontano il
problema da angolazioni differenti, spesso lontane, talora complementari. Da
segnalare innanzitutto la riedizione della testimonianza di Federico Borromeo e
del suo De pestilentia quae Mediolani anno MDCXXX magnam stragem edidit:
ne è curatore Armando Torno, giovane studioso che non disdegna talvolta sortite
dal campo della logica matematica per addentrarsi nel mondo della bibliofilia
(suoi un Mirabilia edito da Bocca e una riedizione della Papessa
Giovanna del Boccaccio presso la raffinatissima Philobyblon). Il volume
borromaico non si presenta quale semplice riproposizione di passate edizioni
(Saba del 1932 e Muzzoli del 1962); Torno si è riaccostato al manoscritto
federiciano per una nuova lettura, e ne sono significativi segni le varianti
che corredano l’opera. Le novità non si fermano qui: meritano di essere
segnalate le osservazioni sulla grafia di Federico e sulla sua modalità
compositiva; in particolare, le ipotesi sulla grafia del manoscritto del De
Pestilentia: contraddicendo tutta una tradizione pro-Federico che va
dall’Argelati al Saba, sulla scorta di preziose segnalazioni il curatore
propende per l’attribuzione a un segretario, scrivente sotto dettatura. A un
volume che si presenta a buon diritto come la più attendibile edizione
dell’opera di Federico (corredata di una scorrevole traduzione italiana) Torno
premette anche una essenziale quanto puntuale ricostruzione della vicenda umana
e culturale del prelato milanese. Tra le numerose opere di questi (e non vanno
dimenticati altri due suoi opuscoli di argomento pestilenziale: un ordine al
clero e istruzioni al clero e al popolo), un volume più menzionato che letto è
il Liber inscriptus Argumenta n. 209, meglio conosciuto come Miscellanea
adnotationum variarum: si tratta di un’opera di sapore autobiografico,
stesa in forma di appunti a partire dalle ore 21 del 30 ottobre 1594 e
corredata di indice analitico composto dallo stesso Federico. Non è facile
darne un resoconto, perché si va dalla sentenziosità di un Studia obliterant
curas, alla citazione d’autore, alla breve narrazione (cfr. il commosso
resoconto della morte dell’amico e padre spirituale san Filippo Neri). L’ardua
opera di trascrizione del manoscritto è stata condotta «con coraggio», e con
apprezzabili risultati, da un gruppo di studenti coordinati da padre Roberto
Caloni, che hanno corredato il volume di una traduzione delle parti latine e di
utilissime note esplicative riguardanti i numerosi personaggi ricordati.
Federico Borromeo si presenta con aspetti biografici che ascrivono al gruppo
dei potenti; non è questo il caso dei cappuccini, che a buon diritto
rivendicano il proprio ruolo tra gli umili. In tale veste essi ritornano al
centro dell’indagine di Francesco di Ciaccia, che per il suo saggio Gli
umili ne «I Promessi Sposi» ha avuto modo di attingere a ricche e inedite
documentazioni riservate dell’Ordine cappuccino: ciò gli ha permesso di
affrontare un problema, spesso studiato, da un’angolazione diversa e
privilegiata, talvolta nuova, e di proporre soluzioni critiche in qualche caso
contrastanti con acquisizioni codificate. Oltre che di questo saggio – pur
interessante nella disamina delle figure di fra Fazio, fra Galdino, padre
Provinciale, il padre guardiano di Pescarenico e quello di Monza –, di Ciaccia
è autore di Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana. Qui i
documenti degli archivi cappuccineschi dovevano essere utilizzati in direzione
di più difficile disamina: la figura di Padre Felice Casati e la sua
«esperienza di potere» nel governo del Lazzaretto. Non v’è dubbio che la
documentazione, abbondante e di prima mano, concorra solidalmente a fornire a
padre Felice un’immagine più di servizio che di potere: da una visuale
bibliografica il saggio del Di Ciaccia si offre poi come strumento
indispensabile per un’indagine completa del settore. A nuocergli è il tono
talora pamphletario: suo obiettivo, il discutibile volume di Cordero La
fabbrica della peste, costruito sulla tematica a questi consueta
dell’opposizione individuo-società. Se dimensione politica vi è stata nella
gestione della peste (una peste grande soprattutto per la menzione manzoniana e
per la degenerazione processuale a proposito delle unzioni, non certo per il
numero dei morti, per le tensioni sociali che l’hanno preceduta o per le
conseguenze sull’economia dello stato), se conflitto di potere si è verificato,
questo ha interessato un organo quale il Senato, che ha individuato nella peste
«l’occasione per riaffermare il suo ruolo egemone nella città e nello stato» e
per recuperare il ruolo di primo piano del quale aveva goduto in passato. La
prospettiva, nuova nell’ambito degli studi sulla peste del 1630 e di ben altra
profondità di indagine rispetto a Cordero (vi risultano nuove acquisizioni
d’archivio), è di Romano Canosa, di professione giudice, ma studioso di singoli
momenti che concorrono ad una storia sociale della giustizia e dell’impiego dei
meccanismi del potere contro «umili» e «oppressi». Dopo uno studioso di diritto
come Cordero e un giudice come Canosa, anche il ministro della Giustizia
Martinazzoli si è avvicinato al problema-peste: non direttamente, ma attraverso
la manzoniana Storia della colonna infame. Il volume dell’editore Grafo Pretesti
per una requisitoria manzoniana, corredato da disegni di Giuseppe Repossi,
raccoglie, con rielaborazioni e amplimenti, la lettura del volumetto manzoniano
che Martinazzoli ha proposto in più sedi a partire dal convegno di Boario
Terme: si tratta di una lettura non solo giuridica (come era lecito attendersi)
ma anche culturale (come diveniva doveroso pretendere una volta appreso del suo
discepolato presso Cesare Angelini); una lettura soprattutto non disdegnosa di
attenzione alle tensioni attuali. «Confesso che, tra i pretesti di queste
chiose – confessa Martinazzoli – quello che più mi sollecita verte intorno a un
sospetto di inattualità frequentemente sussurrato a proposito di Manzoni. Al
contrario, scrive Martinazzoli – e il suggerimento merita certo di essere
accolto -, «Bisognerebbe paragonarsi un poco su questo modello: non tanto sulle
risposte, ma sul coraggio delle domande, in un tempo che mostra scarse
propensioni ad inseguire un pensiero sino in fondo, a verificare, insomma, i
nessi che stringono le cause e gli effetti, i comportamenti e gli avvenimenti». E[rmanno] P[accagnini]
Francesco di Ciaccia, Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana, Napoli, Studi e Ricerche Francescane, 1985, pp. 247.
Recensioni e segnalazioni
Mariella
Malaspina, «Letture», febbraio 1986, Anno 41°, quaderno 424, pagine 176-177.
Il volume tratta della peste ne I Promessi Sposi e
ne La colonna infame, individuando, sulla scorta del testo, i fattori
tanto dell’intervento benefico quanto del conturbamento esasperato.
Nell’insieme, il lavoro critico è orientato a rispondere al fondamentale
quesito sulle ragioni della crisi in cui il Manzoni sarebbe incorso a proposito
della peste, già al tempo della stesura del romanzo – un assunto affermato pure
da altri citati dal Di Ciaccia – che tuttavia egli continuò a svolgere a
livello storico ne I Promessi Sposi. Non basta: la disperazione (una
«specie di disperazione», a dirla con il Manzoni) coinvolgeva tutta la storia,
dove essa implicasse problemi relativi alla Provvidenza, in quanto storicamente
epifanica, precisa il Di Ciaccia nell’introduzione. Ora, quale brano di storia
non è tale che non solo non imponga una impietosa analisi oggettiva, ma anche
non presupponga una rivisitazione, diremmo specialistica, della provvidenza
teologica intorno alla fattualità? Un lavoro del genere non sarebbe stato
insostenibile neppure per il Manzoni se egli non fosse stato difeso da un
timore tendenzialmente scrupoloso, da perfezionista – come già rilevato
dall’approfondimento, tra gli altri, di Giancarlo Vigorelli -, e sospinto da un
amore più efficiente, che è nel silenzio. Questa ultima idea, già
rilevata ottimamente da illustri critici, è tradotta in termini di «preghiera».
Ma andiamo con ordine. Infatti è interpretativo questo
esito: il Manzoni cessò di percorrere i sentieri non solo romanzeschi, ma anche
storiografici, salvo eccezioni pur esse significative, per l’antico bisogno di
«meditar». Forse il critico non ha voluto dire che il Manzoni, ad un certo
momento, ritenne più utile pregare che scrivere. Ammessa pure l’ipotesi,
sarebbe più sensato, se mai, indagare come il Manzoni avesse capito ciò e, di
conseguenza, quale significato letterario assumesse il silenzio.
Dobbiamo perciò fecalizzare l’inizio del saggio, al quale l’ultimo brano si
congiunge come è dichiarato nella lettera introduttiva all’indirizzo del
Direttore, per quella circolarità estetico-ideologica che vede nell’opera
religioso-ecclesiale la spiegazione del perché la traccia letteraria della
peste sia andata avanti, pur fra mani vacillanti.
La prima parte del volume (pp. 8-112) studia l’assistenza
volontaria al lazzaretto, anticipata da brevissimi scorci ambrosiani
concernenti le figure menzionate dal romanziere. La tesi dimostrata è che la
sollecitudine non è falsificabile e che carità non è parola ambigua:
approfondimento, questo, cui il Di Ciaccia è pervenuto grazie al determinante
apporto di Franco Cordero, il quale sostiene esattamente il contrario e al
quale perciò il nostro attribuisce la maggior parte del valore del proprio
lavoro. Per un dettaglio meno sbrigativo, è doveroso segnalare qualche elemento
di questa sezione. In essa è seguita, con analiticità cronachistica, la vicenda
genetica-istituzionale dell’assistenza al lazzaretto. Grazie al conforto
legislativo secentesco, viene dimostrato attendibile l’elogio del Lombardo
circa gli assistenti, non solo spirituali – un paragrafo a parte è dedicato
all’assistenza propriamente spirituale, assurdamente tacciata di sadismo da
qualcuno. Il puntiglioso svolgimento analitico si alterna a disamine globali,
atte ad enucleare i presupposti etici del lavoro manzoniano, con
considerazioni, ad esempio, sui «gradi della coscienza» emergenti dal racconto.
Raccolti alcuni risultati della critica, anch’essi sottoposti a vaglio,
l’autore procede ad ulteriori valutazioni.
La seconda parte si appunta su problemi letterari
specificamente circoscritti, e tende a una formulazione interpretativa della Colonna
Infame. Il critico sostiene l’esigenza illuministica di tale opera, ne
difende il genere saggistico, al contempo svelandone le movenze
narrative-romanzesche e definendone l’assetto morale. Benché necessariamente
selettivo, il saggio-racconto manzoniano rivela, secondo il Di Ciaccia, se non
una competenza giuridica specifica nel Manzoni – che di fatto egli non
possedeva -, certamente un acuto senso del diritto applicato non solo, o non
tanto, all’excursus giurisprudenziale, quanto soprattutto all’indagine
storiografica sui rapporti tra giustizia formale e giustizia morale. Vero è che
la «macchina giudiziaria» ha una propria logica operativa deterministica,
capace di stritolare, con il colpevole, anche l’incolpevole, ma ciò non è
umanamente né giuridicamente senza profondo turbamento per la specie umana,
della quale il Lombardo si è andato facendo voce e parola.
In
questo campo il Di Ciaccia è stato molto duro, in considerazione di chi ha
attaccato polemicamente La colonna infame, oltre che per altri motivi,
proprio perché il Manzoni non avrebbe «capito», o quanto meno accettato, il
meccanismo cinico dei procedimenti penali. La problematica penale poi coinvolge
quella inquisitoriale di marca ecclesiastica, ed è evidente che il Manzoni ha
sorvolato sull’argomento: la questione è stabilire per quali ragioni lo abbia
fatto. In ogni caso, il Di Ciaccia mostra di contestare, a suo avviso sulle
orme del Manzoni, l’attribuzione ecclesiastica della responsabilità, almeno
totale o anche solo prevalente, in tutta questa faccenda «infame». A
scandagliare come avvenga questo fenomeno e perché, non basta la teologia.
[Mariella Malaspina]
Ermanno Paccagnini, La peste e dintorni. Rassegna bibliografica,
«Il Ragguaglio librario», Nuova Serie, Anno 53, febbraio 1986, n. 4, pagina 58,
recensione comulativa di Francesco di Ciaccia, Gli umili ne “I promessi sposi”, Napoli, Studi e Ricerche
francescane, 1984, e di Francesco di Ciaccia, Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana, Napoli, Studi e
Ricerche Francescane, 1985.
Dopo le verriane Osservazioni sulla
tortura edite da Serra e Riva a
cura di Gennaro Barbarisi e le numerose riproposte della manzoniana Storia
della colonna infame, la peste milanese del 1630 ritorna al centro di
contributi che affrontano il problema da angolazioni differenti, spesso
lontane, talora complementari. Da segnalare innanzitutto la riedizione della
testimonianza di Federico Borromeo e del suo De pestilentia quae Mediolani
anno MDCXXX magnam stragem edidit: ne è curatore Armando Torno, giovane
studioso che non disdegna talvolta sortite dal campo della logica matematica
per addentrarsi nel mondo della bibliofilia (suoi un Mirabilia edito da
Bocca e una riedizione della Papessa Giovanna del Boccaccio presso la
raffinatissima Philobyblon). Il volume borromaico non si presenta quale
semplice riproposizione di passate edizioni (Saba del 1932 e Muzzoli del 1962);
Torno si è riaccostato al manoscritto federiciano per una nuova lettura, e ne
sono significativi segni le varianti che corredano l’opera. Le novità non si
fermano qui: meritano di essere segnalate le osservazioni sulla grafia di
Federico e sulla sua modalità compositiva; in particolare, le ipotesi sulla
grafia del manoscritto del De Pestilentia: contraddicendo tutta una
tradizione pro-Federico che va dall’Argelati al Saba, sulla scorta di preziose
segnalazioni il curatore propende per l’attribuzione a un segretario, scrivente
sotto dettatura. A un volume che si presenta a buon diritto come la più
attendibile edizione dell’opera di Federico (corredata di una scorrevole
traduzione italiana) Torno premette anche una essenziale quanto puntuale
ricostruzione della vicenda umana e culturale del prelato milanese. Tra le
numerose opere di questi (e non vanno dimenticati altri due suoi opuscoli di
argomento pestilenziale: un ordine al clero e istruzioni al clero e al popolo),
un volume più menzionato che letto è il Liber inscriptus Argumenta n. 209,
meglio conosciuto come Miscellanea adnotationum variarum: si tratta di
un’opera di sapore autobiografico, stesa in forma di appunti a partire dalle
ore 21 del 30 ottobre 1594 e corredata di indice analitico composto dallo
stesso Federico. Non è facile darne un resoconto, perché si va dalla sentenziosità
di un Studia obliterant curas, alla citazione d’autore, alla breve
narrazione (cfr. il commosso resoconto della morte dell’amico e padre
spirituale san Filippo Neri). L’ardua opera di trascrizione del manoscritto è
stata condotta «con coraggio», e con apprezzabili risultati, da un gruppo di
studenti coordinati da padre Roberto Caloni, che hanno corredato il volume di
una traduzione delle parti latine e di utilissime note esplicative riguardanti
i numerosi personaggi ricordati. Federico Borromeo si presenta con aspetti
biografici che ascrivono al gruppo dei potenti; non è questo il caso dei
cappuccini, che a buon diritto rivendicano il proprio ruolo tra gli umili. In
tale veste essi ritornano al centro dell’indagine di Francesco di Ciaccia, che
per il suo saggio Gli umili ne «I Promessi Sposi» ha avuto modo di
attingere a ricche e inedite documentazioni riservate dell’Ordine cappuccino:
ciò gli ha permesso di affrontare un problema, spesso studiato, da un’angolazione
diversa e privilegiata, talvolta nuova, e di proporre soluzioni critiche in
qualche caso contrastanti con acquisizioni codificate. Oltre che di questo
saggio – pur interessante nella disamina delle figure di fra Fazio, fra Galdino,
padre Provinciale, il padre guardiano di Pescarenico e quello di Monza –, di
Ciaccia è autore di Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana. Qui
i documenti degli archivi cappuccineschi dovevano essere utilizzati in
direzione di più difficile disamina: la figura di Padre Felice Casati e la sua
«esperienza di potere» nel governo del Lazzaretto. Non v’è dubbio che la
documentazione, abbondante e di prima mano, concorra solidalmente a fornire a
padre Felice un’immagine più di servizio che di potere: da una visuale
bibliografica il saggio del Di Ciaccia si offre poi come strumento
indispensabile per un’indagine completa del settore. A nuocergli è il tono
talora pamphletario: suo obiettivo, il discutibile volume di Cordero La
fabbrica della peste, costruito sulla tematica a questi consueta dell’opposizione
individuo-società. Se dimensione politica vi è stata nella gestione della peste
(una peste grande soprattutto per la menzione manzoniana e per la degenerazione
processuale a proposito delle unzioni, non certo per il numero dei morti, per
le tensioni sociali che l’hanno preceduta o per le conseguenze sull’economia
dello stato), se conflitto di potere si è verificato, questo ha interessato un
organo quale il Senato, che ha individuato nella peste «l’occasione per
riaffermare il suo ruolo egemone nella città e nello stato» e per recuperare il
ruolo di primo piano del quale aveva goduto in passato. La prospettiva, nuova
nell’ambito degli studi sulla peste del 1630 e di ben altra profondità di
indagine rispetto a Cordero (vi risultano nuove acquisizioni d’archivio), è di
Romano Canosa, di professione giudice, ma studioso di singoli momenti che
concorrono ad una storia sociale della giustizia e dell’impiego dei meccanismi
del potere contro «umili» e «oppressi». Dopo uno studioso di diritto come
Cordero e un giudice come Canosa, anche il ministro della Giustizia
Martinazzoli si è avvicinato al problema-peste: non direttamente, ma attraverso
la manzoniana Storia della colonna infame. Il volume dell’editore Grafo Pretesti
per una requisitoria manzoniana, corredato da disegni di Giuseppe Repossi,
raccoglie, con rielaborazioni e amplimenti, la lettura del volumetto manzoniano
che Martinazzoli ha proposto in più sedi a partire dal convegno di Boario
Terme: si tratta di una lettura non solo giuridica (come era lecito attendersi)
ma anche culturale (come diveniva doveroso pretendere una volta appreso del suo
discepolato presso Cesare Angelini); una lettura soprattutto non disdegnosa di
attenzione alle tensioni attuali. «Confesso che, tra i pretesti di queste
chiose – confessa Martinazzoli – quello che più mi sollecita verte intorno a un
sospetto di inattualità frequentemente sussurrato a proposito di Manzoni. Al
contrario, scrive Martinazzoli – e il suggerimento merita certo di essere
accolto -, «Bisognerebbe paragonarsi un poco su questo modello: non tanto sulle
risposte, ma sul coraggio delle domande, in un tempo che mostra scarse
propensioni ad inseguire un pensiero sino in fondo, a verificare, insomma, i
nessi che stringono le cause e gli effetti, i comportamenti e gli avvenimenti».
E[rmanno] P[accagnini]
Vittorio Dornetti, «Studi e
Fonti di Storia Lombarda. Quaderni milanesi», 12, 1987, pagine 148-149,
recensione di Francesco di Ciaccia, Ragione
e carità nella “peste manzoniana” – Follia e “silenzio” letterario: analisi de
“La colonna infame”, in «Studi e ricerche francescane», XIV (1985), pp. 245 [poi in Sollecitudine e delirio nella peste
manzoniana, Napoli, Studi e Ricerche Francescane, 1985, pp. 247].
La rivista “Studi e ricerche francescane” ha
riservato, in occasione del bicentenario manzoniano, un numero unico ad un
ampio saggio di Francesco di Ciaccia, dedicato a problemi di interpretazione
manzoniana. L’intervento dello studioso, che è stato edito anche a parte in
volume, verte più precisamente su due aspetti della ricerca dello scrittore
milanese; aspetti che, trattati separatamente dal critico, rimandano però l’uno
all’altro.
Nella prima sezione il Di Ciaccia analizza i capitoli conclusivi dei Promessi
Sposi, concentrando il suo
interesse critico sulla tematica della peste e soprattutto sull’azione di
carità e di conforto svolta dai Cappuccini a favore degli appestati. L’autore
parte da una disamina storica del problema, utilizzando varie fonti e
dimostrando la sostanziale verità delle pagine del Manzoni. Al centro della sua
indagine è poi il discorso di padre Felice Casati, che costituisce forse il
momento ideologico più importante del romanzo: la carità e la fede attiva dei
religiosi sono un’alternativa efficace, a livello storico, all’incuria e alla
colpevole leggerezza del potere politico laico. II Di Ciaccia interpreta il
discorso di padre Felice alla luce di una lunga tradizione morale e teologica e
dimostrandone la perfetta congruenza con la Regola francescana. Proprio per questo, per il
fatto di servirsi di fonti generalmente trascurate dalla critica letteraria e
storica (e invece molto pertinenti per comprendere il Manzoni, il quale
certamente le conobbe e se ne servì), lo studioso offre al lettore indicazioni
nuove ed originali.
La seconda parte del volume affronta
particolarmente la problematica connessa alla “Storia della colonna infame”,
opera che ha goduto recentemente di un vivo e rinnovato interesse critico. Il
Di Ciaccia mira prima di tutto a ristabilire il valore storico dell’operetta e
l’attendibilità della tesi manzoniana: entrambi negati sarcasticamente e in
modo polemico da Franco Cordero nel suo recente La fabbrica della peste. L’autore si presta a ribattere,
forse con eccessiva insistenza, tutte le varie obiezioni dello scrittore
cuneese, la cui vis polemica sollecita
continui approfondimenti, aggiustamenti, smentite, ironie di rimando.
Più interessante risulta la lettura della “Storia
della colonna infame” come esempio di storiografia morale, volta a giudicare e
a sottoporre a vaglio critico colpe schiettamente umane, ma anche come opera
allegorica che, attraverso vicende storiche reali, scandaglia il male assoluto
nella storia e nella società umana. Sviluppando un’indicazione di Moravia, il Di
Ciaccia ammette il significato simbolico della peste “corruzione”, cataclisma, “piaga
d’Egitto”. In questo senso il processo ai supposti untori assume il significato
di una sinistra prevaricazione del potere sull’individuo, della violenza sulla
debolezza, dell’egoismo sull’umanità indifesa: il male assoluto verificato,
appunto, nella storia. «Le scene di dolore sono diventate “figura”: strappate dal documento con l’ansia
e l’angoscia dell’autore del libro di Giobbe» afferma con indubbia suggestione
l’autore: e ciascuno può vedere quanto siano opportuni, e pertinenti alla cultura cattolica del Manzoni, i numerosi
rimandi del Di Ciaccia alle Scritture. Proprio perché scandaglia il male
universale che non conosce l’alternativa di bene concretizzatasi storicamente
nel padre Casati e nei Cappuccini, la “Colonna infame” si situa in una cupa
zona d’ombra, lontana dalla luce.
Non ci appare però motivato il rimando da questa
operetta ai ‘‘Promessi Sposi”: non convince (e non sembra sufficientemente
motivato) che Manzoni volesse additare ad ogni costo una soluzione positiva al
problema del male nel mondo e che quindi la “Colonna infame”, che rappresenta
lo scacco della ragione umana abbandonata a se stessa, rimandi alla carità
risolutiva del romanzo maggiore. In realtà, la “Storia della colonna infame”
rampolla dal romanzo, ne costituisce uno sviluppo particolare e successivo
(come ha ribadito di recente anche Carla Riccardi nella sua eccellente
prefazione all’edizione mondadoriana della “Colonna infame”); si pone quindi, a
rigore di cronologia, come una conclusione e un approdo, non come un punto di
partenza. E l’approdo coincide appunto con la consapevolezza di un male
necessario e invincibile che le
sole forze umane, per quanto agguerrite e armate di verità, non valgono a
debellare. Da qui la scelta del silenzio, e la ricerca della soluzione nell’ambito
esclusivo della fede e della preghiera. Vittorio
Dornetti
Eugenio Bronzetti,
«L’Italia francescana», Anno 64, n. 4, luglio-agosto 1989, pagina 459.
Più volte la nostra rivista ha ospitato articoli
del Ch.mo Di Ciaccia su argomenti vari; ma ancora più volte abbiamo presentato molti
suoi libri, specie riguardanti il Manzoni e questioni manzoniane. Ripetiamo
anche ora che l‘a. è competentissimo sullo scrittore lombardo, forse ne è il
migliore conoscitore, sia per quanto riguarda i suoi scritti e in particolare i
Promessi Sposi, sia per
tutto ciò che è stato scritto su di lui, prò o contra, in studi più o meno
seri, in articoli di riviste, giornali, libri che in qualche modo hanno parlato
di lui o hanno espresso qualche giudizio su qualche sua idea o insegnamento.
Ammiratore entusiasta del Manzoni, è particolarmente
forte e chiaro contro falsi suoi interpreti o denigratori. Basta leggere solo
qualcuno dei tanti capitoli o temi trattati in questo libro per rendersene
conto, e si resta ammirati per la moltitudine di autori o scritti che cita in
ogni pagina, o per confermare quanto egli espone o per far notare come essi sbagliano
o sono imprecisi o ingiusti nell’avanzare certi giudizi e certe interpretazioni.
Sì, soprattutto quando in qualche fatto o in
qualche insegnamento il Manzoni è criticato – e qualche volta malevolmente o,
per partito preso... denigrato – l’a. insorge con dignità e fortezza: sembra
che per il nostro Di Ciaccia una quasi sacralità abbia il Manzoni, specie nel
suo grande romanzo, per cui ogni infondata critica gli sembra profanazione e
ignobilità. Lo ammiriamo per la sua tenacia nel collocare, nella giusta luce,
fatti, personaggi e nel difenderli, facendo sempre capire il giusto messaggio
umano e cristiano che il Manzoni ha voluto darci in ogni pagina, anzi con ogni
dettaglio di ciò che narra e descrive. In particolare noi Cappuccini lo
ringraziamo per quanto, conforme al Manzoni, ha voluto sottolineare, perché in
essi venga riconosciuta la speciale incarnazione del messaggio cristiano di
carità e umiltà, che è beneficio sempre, ma è l’unico utile, anzi necessario
quando le calamità, come la peste, infuriano e fanno strage. È evidente tale
messaggio nei Promessi Sposi; ma
senza il lume della ragione e un minimo di senso religioso-cristiano, è
difficile capire questo; e difatti – l’a. lo fa ben intendere – molti non lo
hanno capito o non lo vogliono capire... Eugenio Bronzetti
Francesco di Ciaccia, Le donne nella vita di Leopardi e la sua teoria dell’amore, Milano, Autori Nuovi, 1985, pp. 182.
Recensioni e segnalazioni